Il Teatro Sociale – di Emanuele Morandi

Arrivare a una definizione di teatro sociale non è un’operazione immediata. Nel corso della storia e più spesso recentemente, è stata più volta dibattuta. Questo avviene perché in sé il termine “sociale” è aperto a più definizioni. Con questa parola, a dimostrazione, possiamo indicare ambienti e situazioni che si rivolgono alle persone di qualunque ceto e condizione. Emerge, nondimeno, l’accezione umanitaria che si vuole dare, legata a qualsivoglia ambiente in cui sia gradito (o necessario) u...

Arrivare a una definizione di teatro sociale non è un’operazione immediata. Nel corso della storia e più spesso recentemente, è stata più volta dibattuta. Questo avviene perché in sé il termine “sociale” è aperto a più definizioni. Con questa parola, a dimostrazione, possiamo indicare ambienti e situazioni che si rivolgono alle persone di qualunque ceto e condizione. Emerge, nondimeno, l’accezione umanitaria che si vuole dare, legata a qualsivoglia ambiente in cui sia gradito (o necessario) un intervento riabilitativo. Si può quindi affermare che lo strumento teatro diviene sociale nel momento in cui agisce per il bene di una comunità, a favore della trasformazione e del cambiamento.

 

“Comunità” è un vocabolo che a sua volta deve essere disambiguato, soprattutto se si sta discutendo di Teatro sociale.

Chiarire questo concetto diventa fondamentale per collocare virtualmente il Teatro sociale. Se consideriamo il teatro una delle maggiori arti e se consideriamo le arti un modo per interagire con il contesto socioculturale in cui viviamo, giungeremo a considerare il teatro di cui ora discutiamo come l’arte sociale per eccellenza. Un’arte che parte dall’individuo per inserirlo in un gruppo; un gruppo che diventa famiglia prima, comunità dopo. Molti (critici, storici e filosofi) infatti, definiscono il teatro come l’arte delle arti, in quanto consente a più persone di comunicare l’una con l’altra, di crescere insieme, e di farlo attraverso modalità differenti. Arte dell’incontro, arte dello sguardo che si rispecchia nell’altro, nel corpo che si rispecchia in un altro corpo, del comunicare in senso naturale, come scambio biunivoco di energie. La teatralità si esprime potenziata nel disagio, quando si ha bisogno di stringere relazioni più strette, sincere e lo scambio diventa necessità di crescita, materiale e spirituale. La “terapia” diventa realizzazione di obiettivi e autorealizzazione. Questo è possibile primariamente, com’è chiaro, nell’accezione di un teatro fisico, dove i corpi si incontrano e le energie si scontrano, e la fusione è data da questo contrasto. Il teatro non è di per sé sociale, ma diviene anch’esso un ambiente fertile all’insegnamento, alla pedagogia, alla crescita personale. Ne risulta l’altissimo valore ed efficacia del teatro come “terapia”, appunto, per vincere le proprie resistenze e rigidità, per capire le ragioni degli altri, per superare le diffidenze e gestire gli scontri.
Il teatro, in mano all’operatore esperto, è una chiave per riconoscere ad ogni persona, anche la più difficile, il proprio valore, e nello stesso tempo non lasciarla prevaricare. Teatralizzare i conflitti è ben espresso dalla locuzione: “facciamo come se”: in questa maniera diventa più facile superarli, perché li si guarda dall’esterno. I conflitti diventano racconto ed esperienza. Si può scoprire di avere in sé la capacità di raccontare, di esprimersi anche in forma semplice, e lo si fa in una atmosfera non giudicante in cui tutti collaborano e condividono le loro esperienze.
Il teatro rimane insomma uno dei pochi ambienti in cui è possibile sperimentare le proprie potenzialità e le relazioni con l’altro, formare un gruppo e dare alle persone un senso di appartenenza e una comunanza di intenti. È un territorio privilegiato per creare un ambiente culturale, vivere in società in modo più consapevole e accettare le nostre reciproche diversità.

 

Sotto questa prospettiva anche l’aspetto artistico acquista un significato differente. Per un disabile, per un disagiato, per una qualunque persona in difficoltà, dimostrare le proprie qualità comunicative e artistiche rappresenta la possibilità di darsi un’altra chance, dimostrare al mondo e a sé stessi che si è in grado di percorrere altre vie da quella della sofferenza e della mancanza. L’effetto della necessità interiore e dunque anche l’evoluzione dell’arte coesistono, anche se solo per l’istante dell’azione scenica, giungendo ad un picco di emozionalità personale e collettivo.
Mettere in scena uno spettacolo alla fine di un percorso di Teatro sociale non costituisce un passo obbligato, ma una possibilità artistica e pedagogica. La messa in scena dello spettacolo finale può considerarsi un valore aggiunto al percorso, capace di costituire un’ ulteriore occasione di crescita. Ecco quindi emergere un’altra faccia del Teatro sociale determinata dal “percorso” come obiettivo di massima dell’operatore sociale e anima della messa in scena. Se i giochi e gli esercizi hanno un alto valore socio-pedagogico, nondimeno lo spettacolo costituisce un importante momento di verifica del lavoro svolto, oltre a rappresentare una forte spinta emotiva verso il compimento dell’azione terapeutica ottenuta tramite gli strumenti propri dell’educazione alla teatralità.

 

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